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I RAGAZZI DEL LICEO “PUNZI” SI RACCONTANO… continua

 (a cura di Gloria Erriquez)

Tanti i ragazzi del Liceo Punzi di Cisternino si raccontano… hanno dato libero sfogo a sensazioni, impressioni, riflessioni sulla particolarità della situazione creatasi a causa dell’emergenza Covid 19. Da esse emergono delusione, malinconia, noia, tristezza, ma anche responsabilità, fantasia, speranza , consapevolezza che da un periodo di criticità si possa imparare a dar più valore alla normale quotidianità dell’essere adolescente: la scuola, gli amici, i professori, la ricreazione, la campanella, l’ansia delle verifiche, i viaggi di istruzione, gli hobby, i pomeriggi e le serate in compagnia,…la libertà.

i ragazzi del liceo Punzi si raccontano

Continuiamo a proporre i loro lavori…

La paura ci ha reso egoisti

D’un tratto non riesco più a sentire il respiro delle poche persone che ho intorno; in fondo, come lo si può fare a un metro di distanza? Ingenuamente quando abbraccio qualcuno il mio orecchio si poggia sul petto dell’altra persona e io mi concentro, mi soffermo a ritmare l’aria col suono degli schiaffi del cuore; non ascolto quei concerti vivaci o tranquilli da settanta giorni, ma questo numero lo percepisco triplicato e rabbrividisco… 

Nei miei 365 giorni annuali, i sorrisi più veri nascono sul mio viso quando compaiono per strada i primi sandali, che lasciano nude le unghie smaltate; quando si confondono con i murales quei tatuaggi accurati, con un significato misterioso, i quali riempiono muscoli accentuali, o caviglie delicate. Ora non ho avvertito nemmeno il bisogno di spogliarmi della giacca per i raggi più cocenti, che attraversano gli strati di vestiti privandomi della pelle d’oca. Per tre mesi i portafogli non si sono riempiti né svuotati, come se si fosse fermato il mondo.

È così contrastante chiamare prigione la propria casa e libertà una strada con pericoli che riesci ad annusare per quanto ti sono vicini.

All’inizio percepivo paura nella voce tremante delle persone con cui mi confrontavo, che come me avevano iniziano a seguire in modo rigido delle regole, senza rendersene conto, perché il timore aveva preso il sopravvento… 

La paura ci ha reso egoisti, era più importante restare fedele ad una cittadinanza differente, la priorità era l’aggettivo “spagnolo” “francese” “tedesco” “italiano”, che non il restituire gli abbracci, i respiri combinati, alle persone.

Avevo più paura degli esseri umani, che non del virus.

Ci stavamo uccidendo da soli e abbiamo iniziato a prenderci per mano solo quando ci ha accumunati lo star precipitando…

Forse nel suo orrendo essere, questo virus ha fatto aprire gli occhi ai finti ciechi, a coloro che pensavano di non aver bisogno degli altri e ora sono pronti a trasgredire le regole, ad affrontare il virus faccia a faccia, solo per guardare gli occhi distanti di qualcuno la cui importanza non percepivano.

Alcuni sono pronti a lasciare andare chi, probabilmente, non avrebbe lottato per restare al loro fianco. E piano piano la paura lascia spazio all’incoscienza dettata dal bisogno di ricominciare a confondere la propria saliva, il proprio DNA con la persona di cui si è innamorati; dal bisogno di accarezzare di nuovo le mani di un nonno, o sentirsi protetti tra le braccia del proprio migliore amico.

E sembriamo vivere nel mondo delle favole, comportandoci da infantili, comprendendo solo ora l’importanza dei rapporti umani, quando prima ci sputavamo in faccia per invidia, ci odiavamo per una sessualità diversa, ci siamo ammazzati per un po’ di melanina in più, discriminati per dei vestiti più colorati o un paio di gambe affezionate ad una sedia con le ruote, insultati per un corpo di cui non ci vergognavamo e che lasciavamo fosse accarezzato dall’aria attraverso scollature più ribelli.

Ora vediamo i più anziani smanettare su degli schermi che gli aprono la porta ad un mondo nuovo, e si dicono “chissà se posso davvero rinascere in un’età in cui pensavo di aver finito le mie scoperte”, quella luce elettronica riflessa nei loro occhiali, che prima odiavano, ci testimonia quanto sia importante vedere il viso di qualcuno che ci fa bene al cuore, anche attraverso uno schermo.

Abbiamo riportato al centro rapporti che avevamo accantonato sul margine della nostra vita; ora quando passeggeremo con qualcuno lasceremo in tasca quei cellulari che attiravano i nostri occhi anche quando potevamo ammirare gesticolare le persone che ci circondavano.

Ora i bar non saranno più una routine che davamo per scontata, ma un privilegio.

A settembre anche gli studenti che attraversano il cancello rosso della mia scuola col musone, correranno per urlare TANA alle sedie che hanno giocato per troppo tempo a nascondino sotto i banchi; la scuola ha aiutato ogni singolo studente mettendo a disposizione computer, tablet, schede SIM, mostrandoci l’importanza della tecnologia, ma soprattutto della solidarietà.

Io non voglio rendere un virus più forte di me, dei miei legami; io lo odio perché sta spegnendo dei sorrisi che avevano il diritto di crescere e non potranno più farlo. Ma gli dico anche grazie, perché sta rendendo il mio Paese più forte e sta facendo apparire sulle pagine del mio libro, più volte, i nomi di persone che in qualche capitolo nemmeno comparivano.

Annalisa Loparco 2^C sue

Benvenuto Covid-19!

Il frenetico mondo in cui abitiamo si è improvvisamente fermato, la collettività è stata forzatamente relegata in casa e gli istituti sanitari hanno dovuto aprire, controvoglia, le porte a te, nuovo arrivato tra le infezioni. Istituti scolastici, bar, servizi di ristorazione, palestre, parrucchieri, estetiste,tutti hanno abbassato la corazza di ferro dei loro negozi e hanno voltato le spalle alle loro attività commerciali. In poche settimana sei  stato in grado di arrestare ogni traccia della vitalità sociale trascinandoti dietro oltre 15000 vittime in Italia, ancora in   continua crescita. Hai scatenato paura e terrore tra la gente, così come enorme disagio per tutti i cittadini di ogni parte del mondo che, annoiati e schiacciati dalla nostalgia della vecchia e noiosa routine, sono combattuti tra il rimpianto e la disperazione.

 Siamo, però, noi ragazzi a risentirne maggiormente, a rimpiangere con maggiore amarezza in bocca le serate a far baldoria con gli amici, gli abbracci, i baci, le passeggiate per il paese  a far pettegolezzi sulla gente, le risate senza senso, la complicità, le serate in famiglia e i pranzi infiniti della nonna .

Cresce la noia, cresce la paura del contagio e cresce il rammarico per l’ordinaria vita che poco apprezzavamo prima. Proprio così, è in questi momenti che ci accorgiamo quanto siano importanti per noi i piccoli gesti e le piccole azioni; giorno dopo giorno diventa sempre più palese e manifesta la mancanza che proviamo in assenza di persone con cui condividere la maggior parte dei nostri momenti, momenti a volte rovinati dalla frenesia, dalla fretta, dai cellulari e dall’impazienza di postare tutto sui social.

Questi ultimi due, infatti, pur essendo gli unici due strumenti  che possiamo ancora utilizzare durante il periodo di quarantena che stiamo vivendo  per svagare e staccare il flusso di pensieri dalle notizie sulla pandemia, non sono in grado di colmare i vuoti che presentiamo durante le giornate.

Ogni giorno è prezioso e ogni gesto ha un significato: per quanto, molte volte, abitudinarie , sono le piccole cose a influenzare il nostro modo di vivere la vita e di vivere la nostra esistenza. Un sorriso, una dolce carezza, un ‘’Ciao’’, un ‘’Buongiorno’’, un ‘’Buonasera’’, un ‘’Ti voglio bene’’, il vento sulla faccia, un gelato in compagnia possono fare la differenza, e ne stiamo prendendo coscienza solo ora, ora che tutto ci è negato.

Mi manca tutto della vecchia quotidianità.
  • Mi manca alzarmi alle 7.00 del mattino;
  • mi manca salire sul bus per arrivare a scuola;
  • mi manca il suono assordante della campanella della prima ora;
  • mi mancano le facce stanche,  ma contente dei mie compagni di scuola;
  • mi manca far casino con loro;
  • mi manca l’attesa dell’ultima ora;
  • mi manca il banco su cui passavo 6 ore della mia giornata; mi manca allenarmi;
  • mi manca uscire ogni qual volta ne abbia voglia;
  • mi manca respirare aria pulita, che non sia quella della mia stanza che ogni giorno sembra rimpicciolirsi;
  • mi mancano gli abbracci dei miei amici; mi mancano tutti quei tipacci e  mi mancano le loro risate;
  • mi manca camminare per ore per il paese, andando a zonzo senza nessuna meta;
  • mi manca andare a casa dai nonni per trovarli; mi mancano le pesti dei miei cugini;
  • mi manca tutto.


E come me, penso che la stragrande maggioranza della popolazione viva questa situazione, per non parlare  di chi è consapevole di non poter rimanere al fianco di un persona cara, magari contagiata da te, a ripeterle che ne usciremo e che andrà  tutto bene.
‘’Andrà tutto bene’’, è quello che mi auguro, quello che tutti noi ci auguriamo, questa affermazione è un po’ la frase slogan dell’emergenza che stiamo vivendo: un motto che vuole essere un invito a non perdersi d’animo di fronte all’incertezza di quel che sarà, un richiamo al valore della speranza, un richiamo a resistere contro te, che rappresenti per tutti noi un nemico comune da sconfiggere, un richiamo a restare uniti, seppur lontani, un’esortazione a non abbandonarsi allo sconforto.

Quanti guai hai portato con te caro Covid-19!
Davvero tanti e penso che sarà realmente difficile rimediare a tutti i tuoi impicci. Spero il tuo soggiorno finisca il prima possibile, e cerca di evitare pensierino o ricordini vari: la tua sola presenza non sarà dimenticata con tanta facilità, anzi magari scriveranno un libro, forse di carattere storico, sulla tua figura; magari sarai oggetto  di ricerche statistiche sulle maggiori cause di morte per qualche mese ancora; magari ispirerai la creatività di qualche fumettista che darà vita a un nuovo supereroe o chissà, magari comparirai in qualche opera d’arte contemporanea.
Chi sopravvivrà vedrà! Per il momento preoccupati solo di andartene via che ho fretta di riabbracciare le persone care e di tornare alla normalità.

Manuela Palmisano    III C Sue

I RAGAZZI DEL LICEO “PUNZI” SI RACCONTANO…. continua

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