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Cosa accade nell’economia del Paese con il Coronavirus

Intervista al dott. Piero Santoro, un esperto con un curriculum (sotto riportato) di tutto rispetto che ci ha aiutato a comprendere alcuni passaggi dal punto di vista tecnico-economico. 

Dott. Santoro, facciamo insieme il punto di quello che è successo?

A seguito dello scoppio della pandemia da Covid-19, prima in Cina e poi in tutto l’Occidente, partendo dall’Italia, quasi tutte le attività produttive e commerciali sono state chiuse al fine di contenere la diffusione del virus.

Prima bar e ristoranti, poi quasi tutte le fabbriche, fino a limitare anche lo spostamento dei cittadini da un posto all’altro, se non per fare la spesa o per gravi motivi di salute. L’Italia si è praticamente fermata e lo rimarrà fino al 3 maggio, per il momento. Due mesi di inattività totale. In altri Paesi, come la Germania, non c’è stato invece il blocco delle attività produttive, ma solo l’adozione di severe misure di protezione e di sicurezza.

In Italia, i bar, i ristoranti, le imprese, fermi, non potranno lavorare e, dunque, fatturare e senza fatturato non ci saranno gli incassi. A ciò si aggiunge che molti clienti, a causa della situazione, stanno ritardando i pagamenti. Il primo problema è dunque di liquidità.

Dunque, sulla base di questa drammatica situazione, cosa ha fatto o sta facendo il Governo italiano?

Prima di dirlo, voglio che sia chiara una cosa. Se cittadini e imprese hanno adesso un problema di liquidità, questo automaticamente si trasformerà in un problema anche per lo Stato Italiano. Pochi numeri aiuteranno a capire meglio. Il PIL italiano (Prodotto Interno Lordo) è pari a circa 1.900 miliardi di euro, di cui il 2% da Agricoltura, il 24% da imprese industriali, il 74% da Servizi (banche, assicurazioni, attività immobiliari, pubblica amministrazione, turismo, commercio, ecc.). Un mese di mancata produzione vuol dire perdere 1/12 di 1.900 miliardi cioè circa 160 miliardi. Lo Stato non incasserà il gettito fiscale su quei 160 miliardi (a cominciare dall’IVA). Possiamo stimare che ogni mese di fermo si trasformerà in minori entrate tributarie per circa 40 miliardi. Due mesi di fermo comporteranno minori entrate per lo Stato per circa 80 miliardi. E così via.  Ricordo che il disavanzo al lordo degli interessi (ossia la differenza tra entrate e uscite dello stato) è pari a 136 miliardi nel solo 2019. Per finanziarlo lo Stato, ogni anno, fa debito emettendo titoli di Stato. A causa del Coronavirus, nel 2020, il disavanzo annuale per lo Stato sarà di oltre 200 miliardi e sempre nel 2020 scadrà debito pubblico per 347 miliardi. A fine anno, dunque, lo Stato dovrà coprire un fabbisogno di oltre 547 miliardi di euro ma come? Con nuovo debito. E i soldi chi glieli darà?

Quindi da un lato c’è da dare i soldi a cittadini e imprese per aiutarli con la liquidità, dall’altro c’è da coprire il fabbisogno aumentato dello Stato per effetto delle minori entrate e per il rimborso del debito in scadenza.

Una situazione piuttosto complessa. Ma come si fa ad affrontarla?

Servono tanti soldi. Isoliamo allora i due problemi.

Problema 1: Soldi a imprese e cittadini

Per dare liquidità ai cittadini, lo Stato ha fornito delle garanzie. Non ha tirato fuori un solo euro. Zero. Ha solo detto alle imprese che ne avessero bisogno di andare in banca e di chiedere un prestito. Quel prestito sarà garantito (non pagato) dallo Stato. I famosi 400 miliardi messi a disposizione sono dunque una garanzia. Il che vuol dire che qualora le aziende, tutte insieme, chiedessero appunto 400 miliardi di prestiti alle banche e poi ne restituissero 375, 25 sarebbero i prestiti cosiddetti insoluti. Lo Stato, solo in quel momento, dovrebbe tirare fuori 25 miliardi da dare alle banche. Non 400.

Problema 2: E invece per coprire disavanzo e rimborso del debito come si fa?

Ecco questo è il tema. La domanda da farsi è: ma chi presta tutti questi soldi all’Italia? Oggi, il debito pubblico italiano è sottoscritto per il 32% da Stranieri (Paesi come Germania, Francia, ecc.), Fondi e Assicurazioni per il 19%, Banche per il 27%, Banca d’Italia per il 16%, Italiani per il 6% (erano il 57% nel 1988, alla faccia della fiducia di noi italiani nel nostro Paese).

Le soluzioni, pertanto, sono diverse. Come le vede proiettate nel futuro prossimo?

 Vediamo insieme quali sono:

  1. Il debito viene sottoscritto dagli stessi investitori che lo detengono oggi. Il Ministero del Tesoro dovrebbe emettere nuovi titoli per l’importo che serve. Ma dato il rischio Paese, dovrebbe offrire dei tassi alti (lo spread, cioè la differenza tra i tassi offerti dall’Italia e quelli offerti dalla Germania, aumenterebbe) e questo potrebbe essere deflagrante per la perdita (disavanzo) di bilancio già alta;
  2. Il debito viene sottoscritto dalla BEI (Banca Europea degli Investimenti) che, a quel punto, concede prestiti ai singoli Stati. E’ una prima ipotesi di Eurobond o Coronabond. Gli Stati rispondono però in solido per tutti. E questo non piace ai Paesi cosiddetti virtuosi ossia con avanzi al posto di disavanzi e con rapporto Debito/Pil basso.
  3. Il debito viene emesso dal Ministero del Tesoro, sottoscritto dai soliti investitori, ma garantito dalla BEI. Con questa garanzia si potrebbe ridurre il rischio di avere tassi di interesse alti e dunque troppo onerosi per il bilancio dello Stato (è la seconda ipotesi di Eurobond o Coronabond).
  4. Il debito viene sottoscritto da soggetti stranieri (in questo caso altri Paesi) nell’ambito del programma MES (Fondo Salva Stati). Il Fondo è nato nel 2012. Ha 75 miliardi di cassa e 625 miliardi di crediti verso i Paesi che hanno aderito alla sua costituzione come strumento di salvataggio di Stati in difficoltà ma che non hanno ancora versato tutta la loro quota. Il MES, nel caso uno Stato chieda aiuti, può erogarli attingendo alle risorse disponibili o richiamabili. Nel caso della Grecia, ad esempio, fu la Germania, nell’ambito del MES, con le sue quote, a finanziare il Paese comprando i suoi titoli di Stato. La Germania però fu garantita dal meccanismo del Fondo Salva Stati. La Grecia, per onorare i propri impegni, alla scadenza, fu costretta a cedere aeroporti, porti e telecomunicazioni alla Germania. Nel caso di prestiti erogati per il tramite del MES, la cosiddetta Troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale Europea) funge da organismo di controllo del rispetto delle condizioni imposte per il rientro del debito.
  5. Il debito viene sottoscritto dalle banche e poi dalla Banca d’Italia attraverso la stampa di moneta (quantitative easing) oppure attingendo a risorse esistenti. A quel punto, il debito è come se fosse stato sottoscritto dalla BCE (Banca Centrale Europea) che per Statuto non può farlo, se non appunto sul mercato secondario. La Banca Centrale Europea ha infatti solo finalità di politica monetaria (controlla i livelli dei tassi di interesse e della moneta in circolazione, non ha fini creditizi). La BCE è da compararsi con la FED (Banca Centrale Americana), con la Banca Centrale del Giappone, con la Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese, e così via. La Banca Europa degli Investimenti invece potrebbe concedere prestiti anche se la sua missione in realtà è quella di finanziare i programmi di Sviluppo dei Paesi, non il loro fabbisogno di cassa per crisi.
  6. Il debito viene sottoscritto con un mix delle forme precedenti. Oppure si “invitano” gli italiani a convertire il 7%-10% della loro ricchezza privata (pari a 4.500 miliardi di euro) in acquisto di titoli di Stato.

Dottor Santoro, per quanto alcuni passaggi possano apparire tecnici, è stato chiaro e la ringraziamo. Ci può lasciare una sua riflessione conclusiva?

La mia conclusione è che oggi serva fare sicuramente debito per i motivi suddetti ma occorre anche elaborare un Piano serio del Paese che sia finalizzato, nel medio periodo, allo sviluppo del PIL e dunque delle entrate tributarie. In caso contrario, continueremo ad essere un Paese che spende ogni anno più di quanto incassa e che si continua a finanziare facendo debito. Non credo sia a lungo sostenibile, soprattutto per i nostri figli.

Serve aumentare il PIL dagli attuali 1.900 miliardi ad almeno 2.450. Con le maggiori entrate tributarie che ne scaturirebbero scomparirebbe il disavanzo annuale dello Stato e si sarebbe dunque messo un freno all’emorragia di debito. Dobbiamo far aumentare il PIL di circa 550 miliardi di euro. Per farlo, basta considerare che il solo PIL sommerso vale 200 miliardi. Altri 2-300 miliardi potrebbero derivare da programmi di sviluppo industriale finalizzati alla riduzione delle importazioni (importiamo oltre 400 miliardi l’anno che invece potrebbero essere prodotti in parte in Italia) e all’aumento dell’Export.

Dimentichiamoci dall’altra che il debito o le garanzie siano dei contributi a fondo perduto. Chi ha capito o spera questo vive nel Paese dei balocchi.

Sposato, 44 anni, papà di due figli, Pietro Santoro è attualmente Amministratore Delegato e Direttore Generale della Società SAFIM Spa di Modena (leader mondiale nella componentistica idraulica di sicurezza per veicoli Off Highway), recentemente acquisita da un Gruppo americano e, in precedenza, di proprietà di un Fondo di Private Equity italiano.
Laureato con il massimo dei voti in Discipline Economiche e Sociali (DES) presso l’Università Bocconi, ha iniziato la sua carriera lavorativa presso il Formez, Centro di Formazione e Studi di Napoli, dove si è occupato di piani di sviluppo locale e di programmazione comunitaria e negoziata. Successivamente, come Manager in KPMG, ha seguito decine di realtà aziendali, sia pubbliche che private, in quest’ultimo caso prevalentemente industriali. Ha dunque ricoperto il ruolo di CFO prima, di CEO dopo, di Alcar Industrie, società operante nel settore della carpenteria per macchine movimento terra, di cui ha gestito con successo il turnaround conseguente la grave crisi del 2009.
A partire dal 2017 ha, infine, iniziato la collaborazione con primari Fondi Private Equity, diventando CEO di SAFIM e conseguendo, nel 2019, il Best Performance Award Small Company (aziende con fatturato fino a 50 milioni di euro) da parte dell’Università Bocconi, premio dedicato alle imprese italiane che si distinguono per l’eccellenza nello sviluppo sostenibile.
Autore del libro “Essere AD. 5 passi per il successo della tua azienda” (“Be CEO” in English) è appassionato di viaggi, letture e arte.

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