Privacy Policy La qualità del tempo – quel tempo che stabilisce le cose che facciamo

La qualità del tempo

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Tutto quello che caratterizza le nostre attività quotidiane, proprio perché accade sempre o almeno in modo frequente, assume un carattere di ordinarietà è il tempo. La familiarità che si stabilisce con le cose che facciamo sempre, con quello che ci circonda e che vediamo ogni giorno, porta inevitabilmente a considerarle come scontate e quindi poco importanti.

Svegliarsi la mattina per iniziare la giornata non sembra avere grande rilievo e se ci chiedessero di compilare una lista delle cose che riteniamo importanti quasi certamente non comparirebbe nell’elenco. Molto diverso al riguardo potrebbe essere il concetto di valore per una persona avanti con gli anni o con seri problemi di salute.

Ricorriamo ad un altro esempio, apparentemente molto distante dal precedente: la visione di un trullo diroccato o di un antico muro a secco generalmente non suscita nessuna emozione agli abitanti del luogo, molto diversa però è l’opinione di coloro che visitano il nostro territorio e ne subiscono il fascino.

L’elemento legante in entrambi i casi è il tempo e il rapporto che l’uomo ha instaurato con esso, premesso che esula dalle intenzioni di questo scritto una trattazione sistematica dell’argomento, lo scopo è piuttosto quello di fare alcune riflessioni sul tema attraverso liberi riferimenti al contesto territoriale, racconti e pensieri.

Pensiamo all’insieme delle trasformazioni del suolo naturale operate dall’uomo, esso identifica il fondamentale passaggio da un ambiente inadatto a soddisfare le esigenze dei primi gruppi umani stanziali ad una configurazione del territorio appositamente “modellato” per rispondere a nuove necessità.

La costruzione degli insediamenti, la creazione delle aree produttive e la strutturazione dei percorsi di collegamento ha richiesto un’ingente mole di lavoro e un notevole impiego di manodopera; la riduzione delle aree boschive, le operazioni di spietramento, il livellamento dei suoli in pendenza, la costruzione dei muri di delimitazione e quella degli ambienti abitativi sono state realizzate dalla comunità e per la comunità: chiunque fosse abile al lavoro era chiamato a collaborare, inizialmente senza nessuna specializzazione, in seguito con la progressiva organizzazione del lavoro e la conseguente ripartizione dei compiti, si arriverà alla formazione dei mestieri.

Mestieri oramai completamente scomparsi perché privati della loro ragione d’essere, quello che nei paesi anglosassoni viene definito slow work: il lavoro lento che procedeva senza l’incombenza del tempo e che in tal modo garantiva una corretta ed accurata esecuzione dell’opera.

A distanza di secoli, rispetto agli strumenti intellettuali e tecnologici della nostra attualità, guardiamo con ammirazione le testimonianze dell’opera dei nostri predecessori, contestualmente singolari e irripetibili. Chiariti i rapporti di necessità che hanno determinato le trasformazioni del territorio, per la comprensione della loro unicità è necessario, quindi, focalizzare l’attenzione sul fattore che ne ha reso possibile la realizzazione: il tempo. Una grande disponibilità di tempo ha determinato la fattibilità di opere di vasta portata, superando frequentemente l’arco di vita umana, attraverso un’esecuzione che ha richiesto diverse generazioni di operatori.

Del resto, il tempo necessario a realizzare un’opera su scala territoriale non poteva rappresentare un limite, proprio nella fase della storia evolutiva umana in cui le attività quotidiane erano semplicemente scandite dalle ore di luce utili e da quelle di buio destinate al riposo; e probabilmente è stata proprio l’alternanza del giorno e della notte, l’osservazione dei cicli stagionali nonché di quelli biologici a suggerire l’intuizione del susseguirsi degli eventi e a favorire la nascita del concetto di tempo legato alla collocazione degli eventi in un passato, un presente e un futuro, alla loro durata e al loro divenire.

Questo atteggiamento, appartenente alla cultura occidentale, certamente ci è familiare, ma se provassimo a dare una definizione personale del tempo e a chiederci cosa significhi per noi, riusciremmo a trovare delle risposte esaurienti?

Il vocabolario Zingarelli riporta la definizione che segue: “Il tempo è lo spazio indefinito nel quale si verifica l’inarrestabile fluire degli eventi, dei fenomeni e delle esistenze, in una successione illimitata di istanti.”

Allora è questo che facciamo? Nell’illimitata successione degli istanti, collochiamo la nostra esistenza, immagini e memorie che la riguardano, quello che abbiamo fatto, le azioni del presente e quello che pensiamo possa accadere nel divenire.  In quest’ottica, è lecito pensare che l’esigenza di confrontarci con il tempo nasca per dare un significato alla nostra presenza terrena e attribuirle una collocazione nello spazio indefinito.

Interessante al riguardo è il paradosso proposto da Phil Zimbardo, docente di psicologia all’Università di Stanford:

C’era una volta un uomo greco di nome Melisandro, persona coraggiosa e intrepida. Un giorno, sul
suo cammino, incontrò Crono, il dio del tempo, che gli disse: “Melisandro, hai un cuore nobile e leale,
e per questo voglio premiarti. Ti lascio un dono: ogni volta che vorrai potrai far scorrere più o meno
velocemente il tempo. Solo una cosa: fanne buon uso.

Melisandro, entusiasta del dono ricevuto, appena Crono andò via pensò:

“Vorrei che fosse già il tramonto, così da arrivare a casa da mia moglie e trovare da mangiare.” E così fu. Il sole diventò rosso e si avvicinò sempre più alla linea dell’orizzonte, dalle case iniziarono a salire scie di fumo e il bosco in cui si trovava l’uomo si riempì di ombre. Melisandro andò a casa e non raccontò niente alla moglie, perché voleva tenersi il dono tutto per sé. La mattina seguente, alzatosi presto per sorvegliare il bestiame, disse: “Oh come sono stanco, vorrei che fosse ancora notte profonda, così da poter dormire ancora un po’.” Così fu e tornò la luna a splendere sui campi.

La sera seguente, dopo aver svolto tutti i suoi lavori, tornando a casa vi trovò un uomo che chiedeva di essere ospitato per la notte. Lui e la moglie accettarono di tenerlo con loro e quest’ultimo iniziò a raccontare la sua storia, dalle origini fino al suo ultimo viaggio. Melisandro era stanco e si stava annoiando, così disse: “Vorrei che il tempo passasse più veloce, vorrei andare a letto fra poco”. Detto fatto. Il viandante smise di parlare e andò a letto.

Passarono molti anni, Melisandro visse la sua vita ricorrendo, nei momenti più tediosi, al suo potere
fino ad un giorno di primavera, quando, mentre l’uomo si trovava nei campi, apparve Crono.
“Melisandro, hai abusato del potere che ti ho donato utilizzandolo solo per te, è ora che me lo
riprenda per darlo a qualcuno che ne faccia miglior uso.” 

“Aspetta” disse Melisandro “ti chiedo un’ultima cosa prima di restituirti il potere; fammelo usare
un’ultima volta.”

“Però dopo me lo consegnerai senza opporre resistenza.” Disse Crono.

“Certamente” e Melisandro aggiunse “Vorrei tornare al giorno in cui mi è stato dato questo potere.”
E così ritornò a quando era ancora un uomo giovane.

Crono, indignato per l’inganno subìto, decise di punire, oltre che Melisandro, tutto il genere umano:
non diede più a nessuno il potere, anzi, decise che il tempo sarebbe trascorso più velocemente
quando ci si diverte o si è in compagnia, e più lentamente quando ci si annoia.

Dunque il tempo, che inevitabilmente condiziona l’intera esistenza umana, è un dono prezioso del quale fare un uso consapevole.

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Riprendendo il riferimento al nostro patrimonio, il valore autentico dei semplici muri a secco o delle antiche costruzioni contadine, oltre a quello storico-architettonico, risiede nel tempo che costruttori e artigiani hanno dedicato alla loro realizzazione, imprimendo in ogni singola pietra, lavorata con pazienza e perizia, la testimonianza della loro esistenza e superando così i limiti imposti dal tempo alla vita terrena, poiché l’eternità non consiste nel vivere per sempre ma si realizza attraverso la capacità dell’uomo di lasciare  “segni”  della propria umanità.                                                                                                    

Troppo spesso, infatti, paura e angoscia rendono difficile la nostra convivenza con il tempo, in realtà non è tanto la durata della vita quanto quello che facciamo nel corso del suo svolgimento che ci qualifica, è questo il lascito di quegli uomini anonimi, efficacemente descritto da Seneca nel De brevitate vitae: “Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.”

Tutte le manie di controllo dell’uomo nascondono sempre grandi paure, nel corso dei secoli la volontà di misurare il tempo e quindi l’illusione di poterlo controllare ha mitigato i suoi timori, dallo gnomone alla clessidra, dall’orologio meccanico a quello atomico, il tempo è stato ridotto e suddiviso: si pensi al calendario, alle stagioni, al ritmo circadiano, alle ore, i minuti, i secondi, la nostra cultura si è conformata su una concezione del tempo in termini spiacevolmente quantitativi.

qualita del tempo nonno

Non è in discussione l’importanza scientifica delle scoperte legate alla dimensione temporale ma, quasi inconsapevolmente, siamo diventati schiavi del tempo capace di condizionare le nostre scelte e influenzare le nostre decisioni al punto da renderci incapaci di gestirlo.

Aldilà della presenza quasi ossessiva degli orologi, veri controllori del nostro tempo, possiamo ancora migliorare la nostra vita usando il tempo nel presente e preoccupandoci meno del futuro che, in tal caso, sarà conseguenza di quello che facciamo “oggi”: la misura del tempo è solo una convenzione e l’emozione dell’esperienza vissuta del tempo presente non può essere condotta a nessun tipo di misura.

Donato Semeraro

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